Il 10 ottobre 2026 il Presidente argentino Javier Milei ha presentato al pubblico il suo libro Capitalismo, Socialismo y La Trampa Neoclásica, un volume di 1.500 pagine in cui - tra le altre cose - attacca quelli che lui definisce dissidenti. Lo ha fatto in una diretta su YouTube, con un formato da talk show, con tanto di pubblico pagante in uno studio televisivo a Buenos Aires. Una conferma di come ormai la comunicazione politica sia spettacolo, diretta e senza filtri, eliminando i giornalisti dal processo e raggiungendo il pubblico attraverso linguaggi e piattaforme che parlano direttamente alle persone.

La politica ormai è puro spettacolo. E non è solo un problema argentino. Giorgia Meloni da anni racconta la propria azione di governo attraverso il format Appunti di Giorgia, sul suo profilo Facebook, che sfrutta per narrare la propria azione di governo, bypassando agenzie di stampa e giornalisti. Donald Trump preferisce social e podcast come The Joe Rogan Experience ai media tradizionali, sapendo che raggiungono un pubblico immenso. Volodymyr Zelensky appare in streaming e in eventi pop, indossando spesso la tuta mimetica, per comunicare la realtà dell'Ucraina bombardata.

Ma è un fenomeno davvero nuovo? No. La politica spettacolo esiste dalla notte dei tempi. Ad Atene nel 415 a.C. Alcibiade è riuscito a convincere l’assemblea ad allestire una flotta per invadere la Sicilia, una spedizione che si è rivelata un disastro e ha portato alla sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso. Anche allora si usavano retorica e propaganda per plasmare la realtà. La guerra del Peloponneso si concluse con la sconfitta di Atene e la vittoria di Sparta.

Per comprendere quanto la politica fosse spettacolo, basta rileggere I cavalieri di Aristofane, dove il commediografo rappresenta il popolo ateniese come un vecchio babbeo e Cleone come un demagogo da commedia, vincendo il primo premio alle Lenee. La demagogia non è un fenomeno nuovo, e la politica trasformata in performance personale esiste da sempre. La differenza è che oggi la tecnologia consente di raggiungere un pubblico globale senza intermediari, rendendo la spettacolarizzazione della politica ancora più potente.

Non bisogna poi dimenticare che la censura di Vladimir Putin ha chiuso quasi tutti gli spazi liberi di informazione, obbligando molti giornalisti a emigrare e creando una situazione in cui è difficile distinguere la realtà dalla propaganda. Anche in questo contesto, la comunicazione politica si trasforma in spettacolo, con Putin che utilizza canali Telegram e interviste per raggiungere il pubblico globale.

La narrazione ha superato la realtà dei fatti. La politica è diventata un format, una story, un post, una diretta. Ma una diretta su YouTube non è democrazia, è solo un modo di raccontarla. Le istituzioni, la trasparenza e il confronto reale non possono essere sostituiti da un algoritmo. E quando la politica diventa solo spettacolo, spesso è il pubblico a pagare il biglietto più caro.

Quando la politica diventa spettacolo

Il film Bentornato Presidente! con Claudio Bisio offre una satira pungente sulla comunicazione politica e sul consenso. La storia segue Peppino, un politico genuino che viene trasformato in un personaggio costruito per conquistare il consenso attraverso le dirette social, gli spin doctor e una narrazione studiata a tavolino.

Ciò che emerge è una critica chiara: quando la comunicazione diventa più importante della verità, la politica si svuota di significato. Peppino diventa il volto di una strategia, e il consenso viene costruito a colpi di slogan e semplificazioni, fino a creare una polarizzazione estrema tra i "Guerrieri" e i "Candidi", due partiti immaginari che rappresentano una politica ridotta a tifoseria.

Il messaggio è evidente. La ricerca del consenso, quando diventa fine a se stessa, porta a perdere di vista il contenuto. Il vero leader non è chi sa vendere meglio un'idea, ma chi ha il coraggio di dire "non lo so" quando non conosce la risposta.

Il film ci ricorda che la politica non dovrebbe essere uno spettacolo costruito per i social, ma una responsabilità verso i cittadini. Oggi, in un'epoca in cui la narrazione domina la realtà, Bentornato Presidente! ci invita a riflettere su quanto siamo disposti ad accettare una politica fatta di performance invece che di contenuti. Forse dovremmo tornare a cercare politici autentici, capaci di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, piuttosto che personaggi costruiti per raccogliere like.
La comunicazione è importante, ma non può sostituire la politica. Deve servire a raccontare idee, non a coprire il vuoto della verità.

Quando l'Avverbio diventa Propaganda

La percezione del linguaggio politico
Quando il linguaggio della politica non spiega più la realtà, ma si limita ad evocarla, inevitabilmente il risultato è quello che vediamo: una bassa affluenza alle urne. Le persone smettono di votare perché non si riconoscono più in un linguaggio che sembra fatto apposta per non dire nulla.

Come osserva Daniela Ranieri, l'avverbio diventa l'ultimo rifugio di chi non ha niente da dire. Si parla di "drasticamente", "inevitabilmente", "drammaticamente", "sostanzialmente", "inevitabilmente". Ma cosa significano davvero? Spesso, nulla. Servono solo a dare l'impressione che qualcosa venga detto, quando in realtà si sta girando intorno al problema.

Bruno Giussani, invece, mostra come la politica abbia ridotto il linguaggio a una serie di formule vuote. Si parla di "contenuti", "narrativa", "spiegare", "trasparenza", "popolo". Tutti termini generici che, presi singolarmente, non significano nulla.

Il rischio è che il linguaggio della politica diventi un esercizio di stile: una sequenza di parole che suonano bene, ma che non dicono nulla. E quando il linguaggio non serve più a spiegare la realtà, non è sorprendente che le persone smettano di votare. Perché non si vota un discorso, si vota una visione del mondo. E se quella visione resta nascosta dietro una cortina di avverbi e formule vuote, il risultato è l'astensione.

La politica non ha bisogno di parole che sembrano profonde. Ha bisogno di parole che dicano qualcosa. E, soprattutto, ha bisogno di parole che siano collegate a decisioni concrete. Quando questo legame si spezza, le parole perdono significato e con esse anche la fiducia dei cittadini nella politica.

Fonti